Colombia

La Colombia si estende per 1,138,914 km (CIA, 2010) nel versante nord-occidentale dell’America del Sud e confina con il Mare dei Caraibi, tra Panama e il Venezuela, con l’Oceano Pacifico a nord, tra l’Ecuador e Panama. E’ divisa in 32 dipartimenti e un distretto capitale. L'attuale configurazione risale al 5 luglio 1991 quando è entrata in vigore la nuova Costituzione.

La Colombia è interessata da un conflitto interno da ormai cinquant’anni. Le origini storiche del conflitto interno colombiano hanno radici molto profonde. Si tratta di una situazione complessa che coinvolge differenti dinamiche accomunate da un unico denominatore: la lotta per il controllo del territorio e i centri di produzione, contro un passato di disuguaglianze socio-economiche. Tutto ciò ha portato ad un gran numero di desplazados e violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Questi problemi sono poi rinforzati da altre componenti, quali ad esempio il narcotraffico. Nonostante gli sforzi declamati dal Governo, la situazione relativa ai diritti umani e alla democrazia, risulta essere ancora molto critica, d’accordo con le fonti governative, non governative e la comunità internazionale. Persistono continue violazioni del diritto alla vita, all’integrità, alla libertà personale e alla sicurezza, alla libertà di movimento, di residenza, di opinione ed espressione, di associazione. Inoltre, il conflitto ha portato ad un desplazamiento interno e verso i confini, di oltre 3 milioni di persone a partire dal 1985. Si tratta per lo più di persone che risiedevano in zone rurali, anche se ormai le zone urbane non sono più immuni dal fenomeno.

La popolazione nel 2005 ammontava a 42.1 milioni (DANE, 2005). L’età della popolazione è relativamente giovane: solo il 6% è più anziano di 64 anni ed il 30% è minore di 15 anni (EIU, 2009). La popolazione è per la maggior parte urbana e circa il 35% delle persone vive divisa in quattro centri: Bogotà (la capitale con 6.779 milioni di abitanti), Medellín (2.224 milioni), Cali (2.076 milioni) e Barranquilla (1.113 milioni). La popolazione urbana in proporzione a quella totale aumentò dal 70% nel 1990 al 75% nel 2005 (DANE, 2005): questo andamento non riflette solo uno strutturale allontanamento dall’agricoltura ma è dovuto anche agli effetti della guerriglia e della violenza paramilitare che hanno costretto le famiglie che vivevano in zone rurali a trovare rifugio in aree urbane.

Nell’aprile 2007 il tasso ufficiale di disoccupazione ammontava all’11% della forza lavoro che era pari a 18.8 milioni ma questo maschera un alto tasso di sottoccupazione, stimato essere più del 35% (EIU, 2009). La povertà è diffusa, nonostante ci sia un disaccordo sui dati: “The General Comptroller’s Office” stima al 60% la popolazione che vive sotto la soglia di povertà nel 2005, mentre la stima del governo è di 49.5%, inferiore rispetto al 57% del 2002.

Secondo l’ultimo rapporto pubblicato da Amnesty International (2009), nel periodo giugno 2007 – giugno 2008 vi sono stati oltre 1.500 casi di civili uccisi dal conflitto, contro i 1.350 del periodo precedente. Sono aumentati anche i casi di rapimenti, sia di stranieri che di personalità colombiane, ma impressiona soprattutto il dato fornito rispetto al fenomeno del desplazamiento: nel primo semestre del 2007 i nuovi casi ammontavano a 191.000, nello stesso periodo del 2008 a 270.000. Secondo il CODHES (Consultoria para los derechos humanos y el desplazamiento), nel 2008 si è registrato un incremento del 24,47% nel numero di persone desplazadas rispetto all’anno precedente. Uno studio del DNP (Departamento Nacional de Planeacion) del 2007, rileva come la popolazione desplazada viva in condizioni peggiori della normale fascia di popolazione povera e indigente presente nelle periferie delle grandi città, proprio per le condizioni di spostamento forzato che hanno subito e le conseguenze fisiche e psicologiche vissute.
È logico, inoltre, come il desplazamiento renda più complicata la sicurezza alimentare di queste persone, data la riduzione delle entrate economiche. Secondo uno studio del WFP (World Food Programme, 2003), il 4% dei desplazados vive in una condizione di vulnerabilità alimentare relativa molto alta, il 37% a livello alto, il 42% a livello medio. Il panorama risulta essere peggiore per quanto riguarda i bambini, tanto che il 23% dei minori di cinque anni è a rischio di denutrizione, e la percentuale si alza nei bambini tra i 12 e i 23 mesi d’età.

La situazione dei minori. Secondo il rapporto del 2006 sulla Colombia del Comitato ONU per i diritti dei bambini, la situazione di povertà, la disuguaglianza nella distribuzione delle risorse ed il conflitto interno, hanno pregiudicato gravemente l’applicazione dei diritti dei bambini contenuti nella Convenzione del 1989. Un’altra questione risaltata è quella relativa al conflitto. Tutti gli attori del conflitto utilizzano i minori in varie maniere per conseguire i propri obbiettivi militari. Tanto i gruppi paramilitari come i guerriglieri continuano nel reclutamento. Si calcola che in Colombia vi siano tra gli 8 e i 13 mila bambini soldato. Normalmente iniziano a partire dai 13 anni di età, anche se vi sono stati casi di bambini arruolati già a sette anni. Molti si incorporano “volontariamente” ai gruppi illegali perché vedono in questo un modo per poter uscire dalla situazione di povertà o perché in molti casi, soprattutto per quanto riguarda le bambine, sono sedotte sessualmente. Molte famiglie sono state costrette a fuggire per evitare che i propri figli fossero reclutati. Un’altra piaga riguarda il lavoro minorile, un fenomeno generale in Colombia, che tuttavia aumenta nella condizione di desplazamiento, dato che vi è una maggiore vulnerabilità socio-economica causata da questa condizione. L’ “Inchiesta sulla Popolazione tra i 5 ed i 17 anni in Colombia” del 2001, stimò pari a 1.567.847 i bambini, le bambine ed i giovani che in quell’anno esercitavano un lavoro, remunerato o meno, per la produzione di beni e servizi del mercato. Inoltre registrò 184.000 bambini, bambine e giovani che stavano cercando lavoro, che insieme con quelli che lavoravano formavano un gruppo di 1.751.847 di persone tra i 5 e i 17 anni, in relazione diretta con il mercato del lavoro.
Guardando alla città di Bogotà, la situazione dei minori non si differenzia dalla media del Paese. La maggior parte della popolazione desplazada è giovane: il 30,9% è compreso tra gli 0 e i 7 anni; il 34,6% tra 8 e 17; il 14,9% tra 18 e 26. Secondo i dati degli enti amministrativi locali, questa popolazione per l’83,5% non ha accesso all’assistenza sanitaria, ed il 73,2% è escluso dal sistema educativo. Tuttavia, vi sono conseguenze ben più gravi. Infatti, trattandosi nella maggior parte di minori cresciuti in zone rurali, il passaggio all’area urbana, in un contesto distinto per l’aggressività e la violenza, provoca un cambiamento a livello di identità culturale. Dopo aver vissuto in case immerse nel verde, si trovano a vivere ammassati in rifugi di fortuna, o in abitazioni che devono condividere con sconosciuti. Questi elementi, sommati all’impatto psicologico del desplazamiento, generano una perdita dei riferimenti culturali e un probabile mutamento nella personalità dei minori. Sono costretti a subire le conseguenze di un conflitto che non è loro, molte volte perdono familiari, lasciano i legami costruiti all’interno delle istituzioni scolastiche dove vivevano. Arrivate nella nuova sistemazione, le famiglie devono pensare primariamente alla sopravvivenza ed è per questo che molte volte l’istruzione è lasciata da parte. Ecco che entra in gioco il lavoro minorile, soprattutto legato alla vendita ambulante e al lavoro domestico. Trattandosi di famiglie rurali, molto spesso i bambini non hanno un documento d’identità, il che rende ancor più difficile la possibilità di accedere all’assistenza sanitaria ed ai sistemi educativi. Dato il nuovo contesto di vulnerabilità, i bambini soffrono ulteriormente per la discriminazione che molto spesso è operata dal nuovo intorno verso i nuovi arrivati, oltre al maltrattamento fisico e psicologico subito in famiglia a causa dello stress vissuto per la situazione di precarietà. Secondo l’UNHCR (2003), è necessario che nei programmi di attenzione psicosociale, si realizzino esercizi pratici di convivenza, pace, democrazia e integrazione, in base ai diritti umani e a quelli specifici dei bambini, all’interno della comunità educativa, includendo i genitori, affinché tra tutti, si possa meglio capire la problematica di chi è stato vittima di desplazamiento.
Per quanto riguarda la città di Cucuta ed i comuni limitrofi, si riscontra che ben un 70% del desplazamiento proviene dalle zone di confine con il Venezuela, le più interessate dal conflitto. Nel 2006 la Defensoria del Pueblo, ha emesso delle segnalazioni di allerta che riguardavano principalmente quest’area, dati gli alti indici di violenza e di violazione del diritto internazionale umanitario che si continuavano a registrare. Data la necessità di controllo della zona da parte dei gruppi armati, il flusso migratorio forzato è ristretto e organizzato, in maniera che rimanga sempre qualche “ostaggio” affinché coloro che escono siano spinti a non collaborare con le forze dell’ordine. La situazione di violenza rende difficile l’accesso ai servizi di base ed è per questo che la popolazione, soprattutto giovane, risulta essere la più vulnerabile, tanto che la partecipazione ai gruppi armati diventa un’alternativa alla povertà. Secondo uno studio del Governatorato di Norte de Santander (2005), la questione di genere risulta essere molto allarmante, dato che per quanto riguarda gli aspetti dell’eguaglianza e dei diritti umani, bisogna tenere conto che i valori trasmessi alle donne nella regione, non comprendono possibilità diverse da quelle di essere madre, domestica e di sopportare i maltrattamenti del marito.
In un contesto dove le persone vivono in una situazione di costante timore per la propria vita e di violazione dei principali diritti umani, è necessario attivare processi di resilienza collettiva, per poter reagire in maniera coordinata e consapevole ad un cancro che ormai è diventato un fattore culturale permeante di questo Paese.
 


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