I movimenti NATs

Come specificato nella pagina relativa alla nostra storia, NATs per...Onlus deve il suo nome all'appoggio della filosofia dei movimenti dei bambini e adolescenti lavoratori organizzati (NATs), specialmente in America Latina dove operiamo.


A seguire, vi proponiamo un approfondimento relativo alla nascita ed evoluzione dei movimenti NATs, con un particolare riferimento al diritto alla partecipazione dei bambini così come declinato nell'articolo 12 della Convenzione dei diritti dell'infanzia del 1989.

 

Evoluzione dei movimenti: caratteristiche generali

Il lavoro minorile è un fenomeno che deve essere analizzato in prima istanza da un punto di vista culturale. Infatti, in qualsiasi cultura possiamo facilmente notare, come il lavoro dei bambini sia considerato come una dinamica all’interno della famiglia, un fattore rientrante nella normalità quotidiana. In questo ambito, il lavoro dei bambini/adolescenti è visto come un momento fondamentale della crescita, oltre che un apporto decisivo all’economia familiare (Liebel 2003: 45).
I diversi passaggi del sistema economico che hanno portato ai processi di industrializzazione, hanno creato una distorsione di questo fenomeno, tanto che come successo per i lavoratori adulti, anche i bambini hanno subito lo schiavismo nelle fabbriche, nelle miniere, nelle manifatture. È in questo quadro che nelle società più avanzate, il fenomeno del lavoro nell’infanzia comincia ad essere visto come un problema sociale, e quindi combattuto per la sua eliminazione. A partire da questo momento, i bambini e gli adolescenti lavoratori perdono la loro soggettività, tanto che non si parlerà più di bambini e adolescenti lavoratori, ma di lavoro infantile, oggettivando la questione (Liebel 2002: 23).
Il fenomeno della globalizzazione ha acutizzato la situazione del lavoro minorile. Infatti, delocalizzazione, aumento del costo della manodopera, facilità nei mezzi di comunicazione, sono fattori che hanno contribuito a sradicare la cultura del lavoro minorile all’interno degli schemi familiari a favore di forme di sfruttamento economico all’interno di manifatture clandestine, mercati, per strada (Liebel 2006: 17-18).
La globalità dei mezzi di comunicazione di massa ha contribuito all’oggettivazione del fenomeno del lavoro minorile, creando un tabù (Schibotto 1997: 81-96) che ha investito la cultura occidentale e di conseguenza anche quella delle organizzazioni internazionali, che lontane dall’avere una visione universale, sono caratterizzate da una prassi politica molto polarizzata. In questo senso si sono sviluppate numerose Convenzioni, soprattutto promosse dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro e poi riprese da altri organismi governativi e non governativi, che auspicano l’eliminazione totale del lavoro minorile, senza cercare di contestualizzare il fenomeno. Evitare di considerare le diverse culture in cui il lavoro dei bambini/adolescenti può essere ancora considerato un fattore aggregante e di crescita nella comunità locale, un’attività che si costituisce come una risposta dignitosa alla povertà e si rivela come una componente fondamentale nei processi di socializzazione (Ruffato 2006: 129), può significare la violazione dei diritti dei diretti interessati, la cui opinione non viene tenuta presente, oltre a poter sfaldare già fragili strutture familiari, che basano ancora la loro sussistenza sull’apporto di tutti i membri della famiglia.
Negli anni ’70 nascono i movimenti dei bambini lavoratori organizzati (NATs, acronimo che significa niños, niñas y adolescentes trabajadores), come esperienza di riscatto rispetto ad una situazione di emarginazione sociale che li investiva direttamente e cercando di modificare il modello culturale rispetto al lavoro minorile.
I movimenti NATs si costituiscono come movimenti sociali, intesi come forme di azione collettiva per rivendicare il soddisfacimento di necessità umane, così come l’ampliamento e l’attivazione dei diritti di cittadinanza. I NATs cominciano ad organizzarsi in quanto appartenenti alla categoria degli esclusi (Cussiánovich 2008: 18): a livello sociale perché emarginati e non accettati; a livello economico, in quanto facenti parte dell’economia informale o peggio rientranti in circoli di sfruttamento economico; a livello politico, in quanto contrari alle leggi sullo sradicamento del lavoro infantile; a livello educativo, perché il loro lavoro normalmente contrasta con la possibilità di ricevere un’istruzione.
Il primo movimento NATs nasce nel 1976 a Lima, in Perù, grazie alla fondazione del MANTHOC (Movimiento de adolescentes y niños trabajadores hijos de obreros cristianos). I principi che guidarono i NATs peruviani nella formazione di questa organizzazione furono:

  • il principio di autonomia organica, ossia il fatto di non essere la sezione di una organizzazione, ma un movimento indipendente;
  • il principio del protagonismo, e quindi che siano gli stessi bambini/adolescenti a coordinare il movimento;
  • l’essenza dell’organizzazione si deve alla sua apertura verso l’insieme dei NATs nel mondo;
  • esiste una vocazione nazionale ed internazionale;
  • non si dovrà applicare una metodologia utilizzata per trattare con l’infanzia/adolescenza, ma si creerà un’apposita pedagogia che si adatti alle esigenze degli stessi NATs (Cussiánovich 1997: 49).

Questi principi, declinati poi a seconda delle variabili contestuali degli altri paesi latino-americani, africani ed asiatici, saranno ripresi dagli altri movimenti.
I movimenti dei bambini/adolescenti possono essere annoverati fra i movimenti sociali, nei quali i bambini si esprimono autonomamente e nei quali hanno l’ultima parola sulle decisioni, rendendoli responsabili nell’articolazione delle strutture che permettono la realizzazione dei loro obbiettivi (Liebel 2000: 33). Si tratta di bambini tra i dieci e i diciassette anni, in condizioni di vita specialmente difficili, che lottano quotidianamente per sopravvivere, facilitando il loro passaggio al ruolo di adulti. Sono bambini/adolescenti che lavorano nella cosidetta economia informale, in condizioni indecenti, se non direttamente sfruttati.
La Convenzione dei diritti del fanciullo del 1989 ha costituito una svolta importante nei movimenti NATs, permettendo la creazione di una rete internazionale, che farà propri i diritti contenuti nel trattato, per reclamare o denunciare le forme con le quali istituzioni come l’UNICEF e altre organizzazioni li stanno mettendo in pratica.
Ad oggi i movimenti NATs sono presenti in America Latina, attraverso la coordinazione del MOLACNATs (Movimiento Latinoamericano y Caribeño de niños, niñas y adolescentes trabajadores) , in Africa, riuniti nel MAEJET (Moviment African des Enfants et Jeunes Travailleurs) , in Asia rappresentati in diversi stati quali India, Afghanistan, Sri Lanka, Nepal, Mongolia, Bangladesh, Tajikistan, ma tuttavia non coordinati a livello regionale, a causa dei pesanti conflitti presenti nell’area.

 

I NATs e il lavoro minorile

I movimenti NATs si definiscono come fenomeno di resilienza nei confronti della loro situazione di sfruttamento a livello lavorativo, privazione dei diritti umani, invisibilità come componente sociale.
È in questo quadro che i movimenti cercano di agire per poter migliorare le loro condizioni di vita, di fronte ad una situazione avversa in cui si trovano ad essere inseriti.
Come per le considerazioni rispetto al concetto di bambino, anche per quello di lavoro minorile, vi sono diverse rappresentazioni sociali che sottendono i significati che possono essere dati a questo binomio.
Riprendendo il lavoro svolto da Nunin per l’Istituto degli Innocenti di Firenze (2004: 27-28), a livello internazionale, possono essere individuati tre tipi di approcci rispetto al lavoro minorile:

  • abolizionista, volto allo sradicamento del fenomeno, considerato una piaga inammissibile per la società contemporanea, notoriamente utilizzato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro;
  • pragmatico, che parte dal presupposto che esiste una realtà socio-economica difficile, per cui laddove, almeno nel breve periodo, non sia possibile sradicare il fenomeno, quantomeno si intervenga per migliorare le condizioni di lavoro, eliminando comunque le peggiori forme di sfruttamento (la posizione è manifestata dall’azione dell’UNICEF);
  • della valorizzazione critica, per cui non si considera il lavoro minorile dannoso in sé e per se, sottolineandone invece la possibile valenza educativo-formativa nella crescita del minore, in relazione al suo coinvolgimento nella vita della comunità di appartenenza; si pone come una risposta razionale al contesto di molte famiglie dei Paesi poveri, cercando di rendere degne le condizioni di lavoro, affiancando la possibilità d’istruzione, come componente fondamentale dell’azione. È questa la posizione dei movimenti NATs.

La visione dell’ILO si è evoluta negli anni. Inizialmente si limitava alla codificazione di regole minime da utilizzare nelle politiche degli Stati membri in relazione al lavoro minorile. Negli anni ’80 si è invece dedicata maggiormente alla lobbying sui Governi rispetto alla questione. Infine, ha dato impulso alla sua politica ed ideologia attraverso l’IPEC (International Programme for the Elimination of child labour), implementato a partire dal 1992.
In materia di lavoro minorile esiste una normativa specifica, che sottrae o comunque riduce, il diritto al lavoro, così come definito nell’articolo 23 della Dichiarazione Universale, essendo un ambito non considerato idoneo alla crescita armoniosa di un bambino.
Una prima azione in questa direzione, è la Convenzione n. 138 del 1973 e la relativa raccomandazione n. 146 sull’età minima per poter lavorare. La Convenzione sostituisce tutti i provvedimenti normativi internazionali precedenti, e spinge gli Stati firmatari ad una totale abolizione del lavoro minorile, al di sotto dell’età specificata per l’obbligo scolastico, o comunque non inferiore ai quindici anni. Il limite si può ridurre a quattordici anni, purché la deroga sia contrattata con le parti sociali a livello nazionale. Per quanto ai lavori che possono pregiudicare la salute fisica, psicologica o morale del minore, il limite viene alzato a diciotto anni, anche qui con possibili deroghe fino a sedici anni. Un’ulteriore deroga per i Paesi in Via di Sviluppo, è possibile limitando l’applicazione della Convenzione in determinati settori lavorativi, che comunque sono tassativamente indicati dalla stessa: nelle intenzioni dovrebbe essere una possibilità per andare in contro alle esigenze peculiari del tessuto socio-economico di questi Paesi. Tuttavia, nonostante queste possibili attenuazioni, dato il carattere rigidamente abolizionista, la Convenzione non ha avuto molto successo, registrando fino alla definizione dell’IPEC nel 1992, uno scarso successo nel processo di ratifica (solo 34 Stati a fronte, ad esempio, dei 192 della Convenzione di New York).
Una seconda Convenzione in tema di lavoro minorile è la n. 182 del 1999 e relativa raccomandazione n. 190. Questo strumento normativo si riferisce alle peggiori forme di sfruttamento dei minori, individuando come target di minori, la definizione di child della Convenzione del 1989 sui diritti dell’infanzia. L’articolo 3 della Convenzione n. 182, individua all’interno delle peggiori forme di lavoro minorile: la schiavitù, il lavoro forzato obbligatorio, il reclutamento nei conflitti armati, l’impiego dei minori nell’ambito della pornografia, del traffico di stupefacenti e altre attività illecite, oltre a qualsiasi tipo di lavoro che possa compromettere la salute, la sicurezza e la morale del minore.
L’ultimo comma dell’articolo 3 della Convenzione n. 182, lascia una maggiore elasticità interpretativa rispetto ai precedenti, che potrebbe indurre a restrizioni o lassismi in materia. Tuttavia, la raccomandazione n. 190 definisce che gli Stati membri dovranno sentire le parti sociali e le organizzazione della società civile, alla volta di adeguare la propria normativa nazionale per dare forma al dettato dell’articolo 3 c.2 della Convenzione, definendo quali siano le condizioni che possano compromettere la salute, la sicurezza e la morale del minore.
Da queste due Convenzioni di carattere abolizionista, la stessa ILO, consapevole di come il fenomeno del lavoro minorile sia causato da situazioni di povertà estrema, tenderà maggiormente verso la visione pragmatica, avanzata dall’UNICEF e da altre grandi ONG, con il programma dell’IPEC del 1992. Il piano si occupa principalmente di bambini in condizioni di schiavitù, di bambini in condizioni di lavoro pericolose, di bambini più vulnerabili, come coloro che lavorano al di sotto dei dodici anni. Le azioni più importanti di questo programma risultano essere la prevenzione del fenomeno, la rimozione dei bambini dalle situazioni pericolose, la riabilitazione e la protezione. Tuttavia bisogna rilevare come nell’applicare il programma, ci si basi soprattutto sull’eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile, tralasciando le altre azioni, che tenderebbero a rientrare invece, nella corrente pragmatica, rivelando la sua connotazione abolizionista.
L’ultimo approccio è quello della valorizzazione critica del lavoro minorile, in cui si inseriscono i movimenti NATs. I sostenitori di questa corrente, premono affinché si riconoscano i bambini/adolescenti come soggetti di diritto, così come identificati dalla Convenzione sui diritti dei bambini, in grado di organizzarsi per essere attori di cambiamento. Non si tratta quindi solo di essere contrari ad una visione abolizionista, ma anche di riformare una visione culturale adulto-centrica della legislazione internazionale, che non tiene conto dei beneficiari delle sue politiche, quando si trova a definirle. In questo senso, l’idea di lavoro minorile riguarda la definizione di spazi di lavoro degno, ossia di ambiti lavorativi in cui le condizioni di lavoro permettano di poter essere compatibili con l’istruzione e la ricreazione propri dell’infanzia/adolescenza, strutturando il lavoro come un momento di crescita e di formazione. Valorizzare il lavoro nell’ottica dell’infanzia/adolescenza significa sottolineare l’identità del soggetto come bambino/adolescente e come lavoratore, non limitandosi a ricevere, ma attribuendo un valore diverso a ciò che si ha (Ruffato 2006: 143), trasformando il lavoro da elemento di emarginazione ed esclusione, a fattore di autostima, conoscenza, riconoscimento personale e collettivo, elemento di inserimento sociale, educazione, ma soprattutto di protagonismo, di azione sociale, per uscire dagli schemi dell’assistenzialismo e del pietismo (Schibotto 1997: 81-96).
Secondo la visione dei NATs sulla questione del lavoro minorile, le Convenzioni dell’ILO sono alquanto paradossali. Innanzitutto perché non hanno ridotto il fenomeno. Essi denunciano come il fatto di concentrarsi su politiche di sradicamento, di rimozione, ha come conseguenza principale, non tanto l’eliminazione del lavoro minorile, quanto il peggioramento delle condizioni in cui è svolto (Cussiánovich 2006: 208-316). Questo perché la repressione attuata, normalmente dalla polizia, toglie da determinati spazi come mercati o stazioni degli autobus, i bambini lavoratori, ma non elimina l’esigenza di dover lavorare per poter sopravvivere. È così che questi bambini cominceranno a lavorare di notte o in zone più nascoste, facilmente adescabili dalle organizzazioni criminali presenti. Tali considerazioni possono essere rilevate anche nella posizione di Save the Children, la quale è da tempo impegnata ad affiancare e sostenere finanziariamente i movimenti NATs, convinta che sia necessario effettuare delle distinzioni all’interno del binomio lavoro/minori, e cercare di sviluppare forme di empowerment nell’infanzia/adolescenza, piuttosto che discriminare e precludere orizzonti più degni ai bambini lavoratori.
Secondo i movimenti NATs, più che contro il lavoro infantile, bisognerebbe agire contro la povertà e la fame, che sono le reali cause della miseria di moltissime famiglie nel mondo, e che per sopravvivere, spesso sono costrette ad enormi, e spesso atroci sacrifici. Creare degli ambiti di lavoro degno, costituisce una delle forme di resilienza che i NATs adottano per rispondere positivamente alla realtà che si trovano quotidianamente ad affrontare. Questi ambiti rientrano nella logica dell’economia solidale, per cui si cerca di creare anche una cultura del lavoro basata sulla solidarietà e sulla dignità umana, come valori fondanti il rapporto contrattuale (Liebel 2006: 241-248). Vi è poi il fatto che le Convenzioni dell’ILO considerano come forme di impiego la prostituzione, l’arruolamento forzato nei conflitti armati, il lavoro forzato. Secondo i movimenti NATs, questi non sono lavori, ma sono reati che devono essere debellati perché pregiudicanti il bambino a livello fisico, psicologico, morale.
Uno spiraglio di speranza verso il riconoscimento della tesi della valorizzazione critica del lavoro minorile, è offerta dall’articolo 32 della Convenzione dei diritti del fanciullo del 1989, nella quale si menziona la volontà di proteggere l’infanzia contro lo sfruttamento economico, e quindi non contro il lavoro minorile come fenomeno. La Convenzione si situa all’interno di un child oriented approach, per cui è necessario focalizzarsi sul miglior interesse del bambino in un determinato ambiente, e non su che cosa è considerato bene o male, a seconda di una cultura internazionale definita come universale. L’adozione della Convenzione del 1989 ha permesso che si effettuasse una distinzione importante tra child labour e child work. Il primo riguarda lo sfruttamento economico, il secondo il lavoro minorile in forme più “leggere”, che non precludano l’istruzione e non pregiudichino lo sviluppo fisico, psicologico e morale del bambino/adolescente. Questa distinzione, fatta propria dall’UNICEF e da altri organismi internazionali, ha permesso che la Convenzione n. 182 operasse una distinzione, che seppure non ha modificato la visione dell’ILO, ha comunque creato una maggiore conoscenza all’interno del fenomeno.


Il protagonismo dei NATs

Il protagonismo è il caposaldo dei movimenti NATs, intorno a cui ruotano tutte le loro azioni. È lo strumento con cui i NATs garantiscono la loro resilienza, la loro risposta positiva ed attiva, rispetto ad una situazione data, in cui vivono.
La conoscenza della Convenzione dei diritti del fanciullo del 1989, la quale riconosce il bambino/adolescente come soggetto di diritto, esaltando il diritto di partecipazione, permise ai movimenti NATs di trovare una base su cui fondare la loro azione. Infatti essa riconosce i diritti umani anche ai bambini, considerandoli human beings, che potranno ottenere una reale uguaglianza con il mondo adulto, attraverso azioni positive, che garantiscano la loro capacità d’azione (Martinez Muñoz, Sauri 2006: 105-106). In questo senso, il diritto di partecipazione, tradotto dai NATs nel paradigma del protagonismo, permette al bambino/adolescente di essere soggetto del cambiamento, agente consapevole nel proprio contesto. Tale cambiamento implica però un passaggio, da soggetto di diritto a soggetto sociale (Alemán Sanchéz 2004: 251-253). Il soggetto di diritto, infatti, si costituisce come passivo rispetto al sistema di norme. Affinché questo possa realmente considerarsi un attore sociale, e quindi esercitare autonomamente i diritti che gli sono riconosciuti, deve convertirsi in un soggetto sociale, che i movimenti NATs permettono attraverso il protagonismo.
Quando si parla di miglior interesse del bambino, bisogna considerare la sua situazione, la realtà in cui sta crescendo. Dal punto di vista dei NATs, questo interesse va visto nella possibilità di migliorare concretamente le condizioni di vita del bambino, uscendo dai vincoli della normativa internazionale, che stereotipa determinate situazioni, senza guardare alle peculiarità culturali e ambientali in cui dovrebbe essere applicata. Questo non significa abbandonarsi ad un relativismo culturale che spezzerebbe l’indivisibilità dei diritti umani, ma fare in modo che questi possano trovare una reale applicazione, riconoscendo la progressiva gradualità con cui necessariamente devono essere realizzati.
Secondo il paradigma del protagonismo, l’azione dei NATs non si costituisce come una risposta individuale, ma è centrata in un contesto collettivo. Ogni NAT capisce come il suo problema è si importante, ma soprattutto si rende conto di come sia un’esperienza vissuta anche da molti altri coetanei, è consapevole di come si tratti di una questione collettiva che necessita di un’azione altrettanto condivisa per poter migliorare lo status quo (Cussiánovich, Figueroa 2001). Attraverso i gruppi di base in cui i NATs sono organizzati a livello territoriale, essi apprendono ad esprimere la propria opinione, ad ascoltare quella degli altri, ad essere umili, ad essere audaci, a rallegrarsi dei risultati degli altri, considerati come un risultato collettivo.
In questo senso Freire (2002: 202) parla della coscientizzazione come il “metodo pedagogico che cerca di dare all’uomo l’opportunità di scoprirsi attraverso la riflessione sul processo della sua esistenza”. L’uomo deve sentirsi parte di qualcosa, e grazie a questo, può riuscire a determinare il proprio processo di vita. L’opportunità di cui parla Freire, permette all’uomo di rendersi conto che non vive solo in questo mondo, che non sono gli altri a definire la sua vita. Si parla per questo, di riflessione sul processo di esistenza, ossia contemplare quale fu il cammino di vita che ognuno ha portato avanti, riconoscere la propria vita, e da quel momento, essere coscienti della propria esistenza, iniziando a determinare le proprie scelte rispetto a quel qualcosa di cui inevitabilmente si è parte. Essendo coscienti del sistema, lo si può modificare traendone beneficio per se e per gli altri.
La coscientizzazione di cui parla Freire, entra nel processo di empowerment così come codificato da Branca e Colombo (2003). Più vicina alla definizione di protagonismo data dai movimenti NATs, risulta infatti essere quella di empowerment, dal momento che i bambini/adolescenti si rendono conto dei propri diritti, condividono le loro esperienze con i coetanei, e possono costruire una forza che gli permetta di migliorare le loro condizioni di vita. Nel momento in cui potranno controllare la loro situazione di vita, potranno rendersi conto del

la valenza duale del loro essere-nel-contesto: la soddisfazione dei bisogni propri del gruppo e la contemporanea propensione ad essere risorsa per la comunità (valenza duale «per sé/per altri»). È così che si struttura la trasformazione del «gruppo d’interesse» in «gruppo di comunità» (Branca, Colombo 2003).

In questo modo i NATs sono riusciti ad organizzare i loro movimenti per poter avere una base sinergica diretta verso le istituzioni sulle quali operare la loro azione di lobbying, affinché i loro diritti prendano forma e non rimangano solo sulla carta.
È in questo senso che i movimenti NATs si sono organizzati, ancor prima della Convenzione sui diritti del fanciullo e della Convenzione n. 182 dell’ILO, per diffondere la loro concezione rispetto alla valorizzazione critica del lavoro infantile, che non si traduce altro che nell’essere coscienti della propria situazione, per poterla migliorare attraverso il protagonismo, propugnando il concetto di lavoro degno, rispetto alla recente codificazione di lavoro decente promossa dall’ILO . Infatti, il potersi organizzare in gruppi di pari che condividono la stessa esperienza, in questo caso il lavoro, permette di rivalutare la propria vita, e di vedere il lavoro non tanto come angustiante, ma semmai come una forma di solidarietà verso la situazione di povertà della propria famiglia, come una forma di maggiore indipendenza ed autonomia dai propri genitori (Cussiánovich 2006: 349-354), come il compimento di un ruolo sociale riconosciuto all’interno della comunità (Liebel, Nnaji, Wihstutz 2008: 39). Si tratta di ridare significato ad un vissuto, che se rimanesse nella propria coscienza come rappresentazione di una vita di stenti e sfruttamento, non potrebbe mai essere utilizzato come input per un cambiamento positivo (Hart 1992: 30). Ciò non significa fare l’apologia del lavoro infantile, ma constatare la realtà per cercare di migliorarla a partire dagli stessi protagonisti, in modo da produrre un sentimento di ownership, fondamentale per ottenere un processo di empowerment. Grazie a questa consapevolezza, i movimenti NATs rivendicano il proprio diritto al lavoro in condizioni di dignità, un diritto inerente alla condizione umana, ossia un diritto la cui soggettività riguarda la specie umana.
Attraverso un tentativo di organizzazione sistematica dell’esperienza, cercando di far rientrare i valori del protagonismo, si è definita una particolare pedagogia, chiamata pedagogia de la ternura, che si rifà a quel modello specifico individuato da Freire. Le radici di questa pedagogia specifica per i movimenti NATs, risalgono ai movimenti dell’educazione popolare, della teologia della liberazione, che viene a definirsi in America Latina negli anni ’60, per cui vi è la necessità di stabilire nuovi schemi di socializzazione, che permettano alle classi popolari di riprendere in mano la propria situazione di vita, per non essere soggetti passivi degli eventi esterni che si ripercuotono sull’esistenza di ognuno. Attraverso nuove forme di relazione sociale, si restituisce la parola e un’identità, a chi per troppo tempo se l’è vista negata, permettendo di essere riconosciuti come attori sociali (Cussiánovich 2007: 20-31). Lo sviluppo di una personalità basata sul protagonismo permette non solo di essere coscienti della propria realtà, ma di essere vettori affinché anche altri nella stessa condizione, possano trarne vantaggio, in una visione collettiva. È così che i NATs affrontano la cultura esistente rispetto all’infanzia e rispetto alla loro condizione di lavoratori. Attraverso il protagonismo riescono a conoscere meglio la propria persona, iniziano a valutare i punti di forza e di debolezza della propria situazione, i rischi e le opportunità presenti, emergono dall’oblio a cui erano costretti (Reddy, Ratna 2002). Ecco come il protagonismo rompa lo schema del bambino come adulto in formazione, ridefinendo, sulla base della Convenzione del 1989, le relazioni tra mondo adulto e mondo dell’infanzia/adolescenza, riequilibrando attraverso il diritto all’ascolto e al futuro che l’essere protagonisti sottende, le relazioni di potere fra i due gruppi.
In questo senso è fondamentale la definizione da parte dei movimenti, del ruolo degli adulti al loro interno, definiti collaboratori, in quanto “lavorano con” i NATs, ne facilitano le forme di presa di decisione, le forme di organizzazione, gli spazi istituzionali di riconoscimento, senza imporre la propria visione su ciò che accade, bensì favorendo un ventaglio di punti di vista, che permetta la creazione di una coscienza critica. Il ruolo dell’adulto all’interno dei movimenti deve rispettare questi canoni, affinché, come afferma Hart (1992: 9), non si cada nel mero uso dei bambini/adolescenti come decorazione nelle iniziative definite dagli adulti. Infatti, è impensabile che da soli i bambini possano auto-organizzarsi. Sono processi che necessitano innanzitutto un riconoscimento da parte degli adulti dell’esistenza dei bambini come soggetti di diritto, ciò che comporta il superamento della consolidata rappresentazione sociale rispetto all’infanzia (Liebel 2000: 32). Questo però, non significa sminuire il protagonismo dei bambini, perché attraverso le azioni volte a favorire l’empowerment, questi possono assumere la loro autonomia. Il processo comunicativo che si stabilisce tra adulti e bambini/adolescenti nei movimenti NATs, prevede la destrutturazione del paradigma dell’infanzia protetta, favorendo la testimonianza diretta dei NATs, la quale permettendo una cosciente lettura della propria vita e del proprio contesto, garantisce la capacità di agire del NAT. L’adulto entra in comunicazione con il bambino/adolescente, favorendo la comprensione della propria realtà, facilitando gli strumenti cognitivi ed operativi, che gli permettano di attuare responsabilmente il cambiamento. È in questa maniera, che anche se facilitati o orientati nell’organizzazione da adulti o agenzie umanitarie, i NATs riescono ad acquisire la propria leadership, autonomia e consapevolezza a partire dai gruppi di base (Liebel 2003: 35).
Rispetto alla loro condizione di lavoratori, il lavoro nei movimenti NATs, costituisce l’asse principale dell’educazione. Non si tratta però, di un’educazione al lavoro, quanto la valorizzazione del lavoro stesso come fonte di processi di apprendimento. L’educazione permette lo sviluppo dell’identità del NAT come soggetto produttivo, come lavoratore con una propria dignità (Liebel 2006: 214). Significa emergere, essere riconosciuti, sfatare il concetto di out of place come descritto da Cussiánovich (1997: 47-56). Ecco come la pedagogia de la ternura entra in gioco, attraverso lo sviluppo del protagonismo, come consapevolezza della propria situazione per poterla migliorare.


La codificazione “normativa” dei movimenti NATs

Come sottolineato nei capitoli precedenti, i movimenti NATs sono nati come risposta resiliente alla situazione di sfruttamento nel campo del lavoro minorile, e attraverso il protagonismo, sono riusciti a crearsi una lettura consapevole della loro vita, per poter agire, per lottare contro le cause che ne impediscono il miglioramento. In questo senso, i movimenti NATs, si costituiscono come una “minoranza attiva” (Martinez Muñoz 2008: 84-85), che uscendo dai processi di massificazione, riesce a costruire una corrente di pensiero, questionando la visione e le norme politicamente corrette, principalmente “la rappresentazione di un’infanzia innocente, costretta a svolgere mansioni che non le spettano” (Ruffato 2006: 129).
Un punto molto importante nei movimenti NATs, è la loro capacità di organizzazione, che dai gruppi di base nelle singole realtà lavorative come un mercato rionale, una zona agricola o peschiera, una zona artigianale, cominciano a creare dei link per coordinare un movimento a livello nazionale. A questo punto inizia l’attività di lobbying rispetto alle istituzioni nazionali governative che agiscono nel settore del lavoro minorile, affinché aprano degli spazi di dialogo con i movimenti. I delegati di ogni gruppo di base, eleggeranno tra loro i propri rappresentanti a livello nazionale, affinché questi possano incontrare gli esponenti delle autorità nazionali o locali, per informarli della loro esistenza, per creare le basi di un graduale riconoscimento, che gli permetta di essere considerati nel momento in cui si prendano delle decisioni che li riguardano direttamente, così come stabilisce il dettato dell’articolo 12 della Convenzione sui diritti del fanciullo. Il protagonismo, infatti, non si costituisce altro che come una forma di attuazione dei diritti umani, di quei diritti che sono riconosciuti a tutti sulla carta, ma che molto spesso non possono essere esercitati a causa della non conoscenza o del contesto in cui si vive, che non permette la capacità di porli in essere.
Un esempio concreto può essere l’abbassamento a 12 anni dell’età minima per lavorare nel codice dei minori riformato nel 1992 in Perù, oltre alla possibilità riconosciuta ai minori di formalizzare un contratto di lavoro e di aggregarsi in associazioni volte al miglioramento delle loro condizioni lavorative. La normativa non si restringe solamente ai bambini che hanno un contratto regolare, ma si considera valido in ogni luogo dove venga impiegata manodopera minorile (Cussiánovich 1997: 43-45). Questo risultato è opera dell’azione di sensibilizzazione operata dal MANTHOC rispetto al governo nazionale, che lo ha riconosciuto come valido interlocutore in tema di lavoro minorile, nonostante il Perù sia uno dei Paesi che hanno ratificato le Convenzioni dell’ILO.
Un esempio più recente, può essere dato dall’approvazione della nuova Costituzione boliviana nel novembre del 2007. La versione originale dell’articolo 61, su pressione di organizzazioni come l’ILO, prevedeva la proibizione del lavoro infantile. Grazie all’operazione di lobbying attuata dai movimenti NATs boliviani sui membri della Costituente, si è cambiata l’espressione con quella di “proibizione del lavoro forzato e dello sfruttamento infantile”, in linea per altro con l’articolo 32 della Convenzione dei diritti dell’infanzia.
Tuttavia, l’operazione di lobbying non è da considerarsi solo a livello interno agli Stati, anzi. Come già accennato, in ogni continente vi sono dei coordinamenti regionali, affinché si cerchi di avere un maggior impatto politico sulle istituzioni, in particolare l’ILO. Essendo l’ILO un’organizzazione internazionale, per contrastare la sua politica, non ci si può confinare a livello nazionale, ma bisogna strutturarsi in un network internazionale che sappia fronteggiare adeguatamente le sfide della globalizzazione. Proprio l’intenso lavoro di lobbying, ha fatto in modo che questa organizzazione delle Nazioni Unite, riconoscesse, seppur in termini negativi, i movimenti. Nel bilancio dell’IPEC del periodo 1996-1999, si può riscontrare come i movimenti siano definiti come ben radicati sul territorio nazionale, difendano il lavoro infantile, abbiano ottenuto una buona risonanza nei cambiamenti effettuati nei codici minorili ad esempio in Perù e Paraguay. Proprio per questo, l’ILO si è pronunciato a favore della coordinazione di alleanze tra i Governi nazionali e le ONG per contrastare l’opera dei movimenti. È importante sottolineare questa presa di posizione dell’ILO, perché evidenzia l’esistenza dei movimenti NATs, e i risultati ottenuti con la loro presenza attiva a livello nazionale ed internazionale. Come prova della complessità del tema del lavoro minorile, si sono già citate le posizioni dell’UNICEF, un’altra agenzia delle Nazioni Unite, e di Save The Children, organizzazioni entrambe deputate ai temi dell’infanzia, e forse per questo più vicine alla realtà dei contesti in cui si rileva il fenomeno del lavoro minorile.
Come preannunciato, la lobbying dei movimenti NATs esce dai confini nazionali, in modo da definire un’alleanza a livello mondiale fra i diversi movimenti, così da creare una sola voce, che gli permetta di essere più compatti alla volta di dover confrontarsi con posizioni antagoniste. A questo proposito, si rilevano tre grandi conferenze internazionali organizzate dai movimenti NATs a questo scopo, cui hanno partecipato delegati dei tre continenti dove sono presenti.
La prima si è realizzata in India nel 1996, precisamente nella città di Kundapur. Nella Dichiarazione Finale di questo incontro, si rileva come si siano stilati dieci punti comuni, che servono da guidelines per i movimenti, in tema di protagonismo e solidarietà internazionale. È una dichiarazione breve, con un linguaggio semplice, com’è proprio quello dei bambini/adolescenti, ma nella quale sono presenti tutti i significati intrinseci dei movimenti, dal no allo sfruttamento economico, alla creazione delle condizioni per un lavoro dignitoso riconosciuto ai bambini/adolescenti, al diritto all’educazione, all’assistenza sanitaria, al gioco. Ma fondamentale risulta essere soprattutto, la loro volontà di riconoscimento per tutti gli aspetti che li riguardano, nel momento in cui vi siano delle conferenze istituzionali su questi temi.
Otto anni più tardi, si realizza il secondo incontro mondiale, questa volta a Berlino nel 2004. Già dalla composizione della Dichiarazione Finale, si rileva come vi sia un’accresciuta maturità nel movimento, segno della maggiore organizzazione e consapevolezza nella sua identità di movimento sociale formato da bambini e adolescenti provenienti da diversi contesti culturali e socio-economici, ma che hanno in comune l’essere bambini/adolescenti e lavoratori. Oltre a ribadire le motivazioni che li spingono ad aggregarsi, è da sottolineare come la loro azione sia rivolta verso una solidarietà a livello mondiale che non riguarda solo l’ambito dell’infanzia/adolescenza lavoratrice, ma dell’infanzia/adolescenza in generale. Si legge infatti:
“Vogliamo rendere possibile la felicità di una infanzia che cammina insieme agli adulti e insieme alla società in generale, per fare di questo mondo una grande casa alla portata di tutti e tutte.”
Questa come altre affermazioni sono il frutto di una coscientizzazione che crea degli attori sociali, in grado di percepire come il benessere individuale sia possibile, solo attraverso il benessere collettivo, comunitario, eliminando egoismi e discriminazioni.
Nella Dichiarazione Finale di Berlino, vi è inoltre un chiaro riferimento all’ILO, come organizzazione, che dovrebbe tener conto della realtà esistente, e non chiudere gli occhi creando stereotipi frutto di una cultura occidentale, che molto spesso pregiudicano, invece che migliorare, le condizioni dell’infanzia/adolescenza lavoratrice.
A Berlino si crea anche uno slogan dei movimenti NATs, che riassume in poche parole l’essenza degli stessi. Si dice infatti come non si sia parte del problema, ma si voglia essere parte della soluzione, indicando ancora una volta, come il protagonismo sia l’asse portante della loro organizzazione.
Solo due anni dopo, a Siena nel 2006, si è riusciti ad organizzare il terzo incontro mondiale dei movimenti NATs, il quale segna il passo nella storia della loro organizzazione, creando ufficialmente la struttura del Movimento Mondiale dei bambini, bambine e adolescenti lavoratori, come consultabile nella Dichiarazione Finale. Viene istituita la giornata mondiale del bambino lavoratore il 9 dicembre, in commemorazione del primo incontro di Kundapur, ed in contrapposizione alla giornata mondiale contro il lavoro minorile celebrata dalle Nazioni Unite il 12 giugno di ogni anno. Sono due elementi che permettono di creare una visione comune, che identifica movimenti molto diversi fra loro, date le caratteristiche presenti in contesti culturali, religiosi, socio-economici, geografici totalmente differenti. Proprio per questo, come accade per le conferenze governative delle Nazioni Unite o di qualsiasi altra agenzia internazionale, vi sono diverse difficoltà per arrivare a definire delle posizioni comuni, superabili solo grazie alla capacità di ascolto e comprensione dei diversi punti di vista espressi dai delegati presenti, anche questa frutto di un protagonismo acquisito gradualmente nell’ambito dei propri gruppi di base.
Queste, come altre dichiarazioni e carte regionali , sono la chiara espressione dei movimenti NATs di voler codificare una normativa internazionale rispondente alle loro necessità e che vorrebbero condividere con i decision makers della Comunità Internazionale, affinché siano tenuti in considerazione, alla volta di decidere le azioni per migliorare le loro condizioni di vita. Si tratta di cercare un’innovazione nelle pratiche della Comunità Internazionale, che alla volta di discutere sulle problematiche riferite ad un determinato gruppo vulnerabile, tengano in considerazione il diritto dei soggetti destinatari delle politiche che emergeranno, ad esprimere la propria opinione.

 

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